Storia d’amore al Ghetto ebraico

Dedicato a C., perché è il suo posto preferito.

 Le strade strette e sconnesse dall’imperfezione dei sanpietrini levigati; i blocchi di palazzi alti, quasi claustrofobici; le strisce rettangolari di ombra densa e nerissima ai lati; giornate ventose a tratti. Il giro è più o meno sempre lo stesso, quel tanto che basta per rientrare in tempo ed evitare occhiatacce indigeste. Eppure non se ne accorge mai, che è lo stesso.

Ghetto

Sotto il cielo terso e il sole rovente ma distante di Aprile, si allenta la cravatta e devia all’improvviso da Via delle Botteghe Oscure per via Paganica, verso Piazza Mattei, lasciandosi distrarre per trenta secondi da quella pasticceria buonissima e costosissima in cui è andato qualche volta con i colleghi, in vicolo Paganica, un po’ nascosta come per paura di disperdere la sua bellezza.

La Fontana delle Tartarughe è sempre lì, e gli ricorda la sua Prof. di storia dell’arte che andava pazza per Bernini. È una pietra preziosa e opaca, incastonata nel quadrante sud ovest della piazza e contornata dalla curva di botteghe e dai negozi; raccoglie qualche turista curioso, i venditori di rose di ronda all’ora di pranzo e una coppia che passeggia stancamente, trascinata dalla malinconia di averne viste tante.

Ghetto

Si avvicina sempre timido, non oltrepassando l’anello di ferro congiunto da vasi di pietra pesanti intorno alla fontana: sembra non volersi avvicinare oltre, e preferisce il silenzio di quel giorno ventoso ai vani tentativi di chiacchiere con la collega di sempre. Ma sa che a Lei va di condividerlo, dopotutto, quel silenzio della pausa pranzo.

Al lato opposto della Piazzetta, le finestre chiuse in cerca quiete e corposi baffi d’edera verde acceso cadono ai lati della serranda di un piccolo negozio d’antiquariato.

Si guarda intorno: pare ordinario, pensa, perché loro – lui e la collega – ci passano quasi ogni giorno, sempre in pausa pranzo. Ma chissà com’è tutto questo per quel capannello di turisti americani muniti di occhiali da sole e cappelli alla pescatora.

I due alti palazzi che contengono Via della Reginella, leggermente collinosa, convogliano la luce che penetra dall’alto in un sottile parallelepipedo . Le panchine di legno installate lungo la via gli fanno tornare alla mente i pezzi di pizza al taglio, la cravatta lanciata all’indietro sulla spalla destra e una postura rigida, per non sporcarsi; e poi i racconti dolorosi di fine gennaio; i progetti per il futuro e gli incontri fugaci con l’amica dell’università ossessionata dai libri di Orwell. E ancora, le chiacchiere distratte, ideali per sbirciare all’interno dei negozi di souvenir e osservare l’incedere dei turisti avidi di curiosità.

ghetto3b

La fine di Via della Reginella sfocia nel cuore del ghetto, tra Via del Portico D’Ottavia, Piazza delle Cinque Scole e Via del Tempio. Qui tutto ha le sembianze di un paesino, intriso degli odori tipici dei forni e dei ristoranti Kosher disseminati su Via del Portico a partire da Largo Arenula fino al Teatro Marcello , altra porta d’entrata per il Ghetto. È una vera è propria Isola, conclude, come la intende Marco Lodoli nella sua “Guida vagabonda”[1].

ghetto4b

Si guarda alle spalle e poi si ferma con un movimento meccanico, automatico, per evitare di perdere di vista la collega attratta dalle vetrine e travolta dalla scolaresca che invade la piccola piazza. Via del Tempio è a due passi. Dall’incrocio con Via del Portico D’Ottavia riesce a scorgere un angolo di Sinagoga stagliarsi sul cielo limpido di quella giornata primaverile, e ne rimane affascinato come fosse la prima volta.

ghetto8b

Poco lontano da lì, lo slargo davanti al Portico D’Ottavia (Largo 16 Ottobre 1943) e il suo tremendo significato. Realizza come tutto, in quel dedalo di vie, racchiuda un dolore così compatto che sembra essere qualcosa da tenere stretto, insieme alle altre cose che sono lì, tenute strette dagli abitanti di quella zona storica di Roma.

ghetto7b

Appena ricongiunti, decidono di avviarsi per evitare di fare tardi: non resta che tagliare per Via di S. Angelo in Pescheria, raggiungere Via Caetani attraverso Piazza Lovatelli, e ritrovarsi nuovamente su Via delle Botteghe Oscure. Il fascino del Ghetto viene qui rovinato dalla fretta, ma il suo piano per l’indomani è attendere la pausa pranzo per concedersi quella stessa passeggiata distratta, la solita passeggiata, quella che molto tempo dopo si renderà conto mancargli da morire.

L’esperienza è la memoria, più la ferita che ti ha lasciato, più il cambiamento che ha portato in te e ti ha fatto diverso. (Italo Calvino)

[1] Isole, Guida vagabonda di Roma, M. Lodoli (2005)


libri che parlano di roma

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *