chiesa di san luigi dei francesi a roma

San Luigi dei Francesi: Caravaggio e il dito di Dio

san luigi dei francesi esternoLa chiesa di S.Luigi dei francesi è dedicata al santo re di Francia Luigi IX: eppure il vero re di questa chiesa è un altro, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. E dire che la chiesa nasce per essere tempio delle glorie della Francia, con opere d’arte che ritraggono personaggi come Carlo Magno, S.Luigi, Clodoveo.

Ci sono inoltre i capolavori del Domenichino, gli affreschi su S.Cecilia nella seconda cappella a destra. Ma in questo luogo nasce soprattutto la leggenda di Caravaggio.

Fino a questo momento Caravaggio si era dedicato a dipinti per collezionisti privati, senza mai affacciare le proprie opere su un palcoscenico pubblico.

navata chiesa di san luigi dei francesiL’occasione propizia si presentò qui nell’anno di grazia 1599: due tele laterali per la cappella del cardinale francese Mathieu Cointrel (italianizzato in Matteo Contarelli) con episodi dell’omonimo Santo, la Vocazione e il Martirio.

Successivamente gli sarà affidato anche il dipinto centrale, con S.Matteo che scrive il Vangelo su ispirazione dell’angelo. I due quadri dovranno essere terminati in fretta così da poter essere esposti nella chiesa per il Giubileo del 1600, occasione in cui Roma dovrà risplendere come l’oro.

Caravaggio sceglie di cominciare col Martirio, ma presto si accorge che le figure son troppo piccole e dovrà rifarle da capo: uno scherzo dell’inesperienza. Ma l’ispirazione latita. Decide allora di rappresentare la Vocazione, e qui ha la folgorazione decisiva, un’intuizione che passerà alla storia dell’arte.

Il pubblicano Matteo siede al tavolo con i compagni di lavoro e di brogli (i pubblicani facevano infatti considerevoli “creste” alle tasse da riscuotere per conto dei romani…) in abiti contemporanei e intento a contare soldi– ed ecco che accade l’imprevedibile: Cristo entra in questa disincantata scena da osteria e con un cenno della mano lo chiama: “Matteo, seguimi!”. Ecco l’intuizione di Caravaggio: porre al centro il ‘dito di Dio’.

caravaggio san luigi dei francesi

La mano di Cristo riproduce infatti quelle di Dio Padre e di Adamo nella Cappella Sistina, nella scena della creazione dell’uomo. Qui dentro c’è un significato religioso profondissimo, secondo cui la salvezza portata da Cristo è come una seconda creazione, definitiva, in cui l’uomo ritorna al suo originario essere ‘immagine di Dio’ (Genesi 1,27). La luce segue l’andatura della mano divina ed entra sulla tela potente come una lama infuocata; essa non viene dalla finestra, procede invece dal gesto di Cristo poiché non è luce fisica ma soprannaturale, che rappresenta la grazia. Lo stipite aperto della finestra finisce così con l’avere un’altra funzione: svela la figura della croce, ossia il cammino di Cristo nel quale Matteo lo seguirà .

Lo vediamo nella tela di fronte del Martirio, in cui l’ormai ex pubblicano dà a sua volta la vita per Gesù; il nudo carnefice è pronto a sferrargli il colpo decisivo, con un urlo animale che esprime tutta la disumanità della violenza,  mentre Matteo con i gesti delle mani sembra volerlo perdonare e slanciarsi a ricevere dall’angelo la palma del martirio, il simbolo della sua salvezza.

martirio caravaggio san luigi dei francesi

Una piccola curiosità: sapete perché nel dipinto centrale l’angelo sta contando con le dita? Probabilmente perché sta elencando a Matteo la genealogia di Gesù, tutti i suoi antenati – è in questo modo che comincia infatti il Vangelo di Matteo.

Ma torniamo per un attimo ad un’altra mano, quella con cui Matteo nella Vocazione indica se stesso come a chiedere “Chiami proprio me, Signore?”.  In questo gesto Caravaggio ha voluto racchiudere il mistero dell’uomo libero di fronte a Dio. Cristo viene a chiamare Matteo per salvarlo ma la risposta decisiva spetta a quest’ultimo, e nella mano di Matteo vi è tutto il libero arbitrio dell’uomo: la possibilità felice della salvezza come quella vertiginosa della dannazione.

Sarei pronto a scommettere che quel dito di Dio dipinto dal Caravaggio, lo abbiate immaginato, almeno per un attimo, soltanto per voi. Vi confido un segreto: l’ho pensato anche io.


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